Il primo Film Western



Meno di un decennio dopo il tramonto della Frontiera, convenzionalmente stabilito nell’anno 1894, comparvero le prime rappresentazioni cinematografiche dedicate alla storia e alla leggenda del  West.
La nascita ufficiale del genere “western” è unanimemente attribuita dalla critica al film “The Great Train Robbery” (L’assalto al treno”) diretto da Edwin S. Porter nell’autunno 1903 e prodotto dalla Edison. In realtà, un’altra opera meno nota – “Kit Carson”, diretto da Wallace Mc Cutcheon per la American Mutoscope e Biograph – lo precedette di pochissimi mesi.

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Si trattava di 11 episodi indipendenti, per una durata complessiva di una ventina di minuti, dedicati alle presunte avventure del celebre esploratore, contenenti scene d’azione talvolta violente, come la scotennatura di un Bianco ad opera dei Pellirosse. La maggior parte delle sequenze venne girata in “esterni” con macchine da presa fisse, ma le imprese descritte nel film sono per lo più immaginarie.

Cristopher “Kit” Carson
Cristopher Carson, detto Kit, nacque nel 1809 e si spense nel 1868 a Fort Lyon, Colorado, in seguito ad un colpo apoplettico. A detta di Buffalo Bill – che battezzò Kit Carson Cody uno dei propri figli in suo onore – fu “il più grande esploratore della Frontiera”.

Billy Dixon, tiratore d’eccezione
Gli appassionati del genere western conoscono l’abilità di tiratori come Buffalo Bill Cody e Wild Bill Hickok, gli eroi maggiormente celebrati dalla leggenda, ma non tutti sono a conoscenza delle prodezze compiute da uomini meno noti.

Un ritratto di Billy Dixon
Nel 1874, durante l’assedio alla postazione di Adobe Walls, nel Texas, da parte di una banda mista di Comanche, Cheyenne, Kiowa e Arapaho, 28 cacciatori di bisonti, accompagnati da una donna, dovettero difendersi per alcuni giorni dagli attacchi indiani, che avevano sferrato la prima carica la notte fra il 26 e il 27 giugno.. .
I Bianchi erano quasi tutti armati con carabine Sharps calibro 50, il “buffalo gun” più potente dell’epoca e riuscirono a tenere a debita distanza gli assalitori, infliggendo loro numerose perdite. Alla fine vennero lasciati sul terreno 13 cadaveri indiani, ma almeno altri 10 guerrieri erano stati recuperati dai contribali e portati via moribondi. Mentre i mustang abbattutti risultavano 56, i cacciatori accusarono invece 3 sole perdite.
Durante una pausa del combattimento, il giovane Billy Dixon mise a segno uno dei colpi più formidabili della storia. Senza tenere conto del parere di chi lo sconsigliava di sprecare munizioni, puntò il suo Sharps su un gruppo di 15 cavalieri comanche che sostava immobile a poco meno di un miglio di distanza. Quindi, regolò accuratamente il mirino e si concentrò sul tiro che lo avrebbe reso celebre. Dopo avere esploso il colpo, mentre l’eco dello sparo si era già spento nella vallata, per qualche secondo non si notò alcun movimento nel drappello indiano. Poi, però, un cavaliere scivolò al suolo e rimase immobile. I suoi compagni provvidero quasi subito a raccogliere il corpo e a portarlo via. Secondo alcune testimonianze, il guerriero era stato soltanto ferito e sopravvisse.
In seguito, venne misurata la distanza dalla postazione in cui si trovava Dixon fino al punto in cui il suo bersaglio era stato colpito: risultarono addirittura 1.406 metri. Nessuno, neppure i più famosi Buffalo Bill o la tiratrice Annie Oakley che fece parte del suo Wild West Show, riuscì forse mai a fare meglio di lui.

Sentieri Selvaggi
Fra tutti i film prodotti dalla cinematografia western, “Sentieri selvaggi” di John Ford rimane ancora il capolavoro in assoluto, tant’è che.il regista Martin Scorsese lo definì addirittura “il miglior film americano di tutti i tempi”.
Prodotto nel 1955 dalla C.W. Whitney Pictures e distribuito nel 1956 dalla Warner Bros. (durata 119 minuti) era liberamente ispirato al romanzo di Alan Le May “The Searchers”. Gli esterni furono girati In California e soprattutto nella Monument Valley dell’Arizona, La colonna sonora venne curata da Max Steiner, che incluse motivi tradizionali quali “Shall We Gather At The River”
Gli interpreti principali, oltre al celebre John Wayne nella parte di Ethan Edwards, sono Jeffrey Hunter (Martin Pawley) Vera Miles (Laurie Jorgensen) Ward Bond (reverendo Samuel Clayton) e la giovanissima Nathalie Wood (Debbie).
Benchè accolto tiepidamente dal pubblico agli inizi, assurse in seguito ad una imperitura gloria, che esalta l’indiscutibile bravura di Ford e le grandi capacità recitative di John Wayne, all’epoca già 47 enne. A distanza di mezzo secolo, rivedendo attentamente le sequenze del film, non si possono avere più dubbi che l’attore fosse effettivamente un “colosso” del cinema, come del resto aveva dimostrato in “I cavalieri del Nord-Ovest”. Purtroppo la critica non trovò di meglio che assegnargli un Oscar alla carriera per “El Grinta”, che non è certo la sua pellicola migliore.
Fra le scene più crude e impressionanti di “Sentieri selvaggi”, quella delle donne bianche liberate dall’esercito dopo essere state prigioniere degli Indiani: una sequenza degna di un manicomio, fatta di strilli, urla, risate isteriche e visi stravolti che nessun altro film avrebbe in seguito osato riproporre con tanto drammatico realismo.

Titoli assurdi
Com’è noto, l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui viene usato il doppiaggio dei film: altrove, si preferisce proiettare la versione in lingua originale, servendosi delle didascalie. Ciò non toglie, che i titoli dei film possano essere cambiati dalla distribuzione: “Sentieri selvaggi”, per esempio, fu distribuito in Francia come “La Prisonnière du Desert”, che rendeva comunque a sufficienza l’idea della vicenda trattata.
Meno pertinenti, invece, i titoli inventati dalla distribuzione italiana per altre pellicole dello stesso genere. “Distant Trumpet” (tromba lontana) un buon film di Raoul Walsh del 1964, diventò banalmente “Far West”; il famoso “Major Dundee” (1965) di Sam Peckinpah prese come titolo il nome del capo indiano – “Sierra Charriba” – inseguito dai soldati americani nel Messico di Massimiliano d’Austria. Per citare un altro caso di cambiamento radicale del titolo, possiamo ricordare il notissimo “Jeremiah Johnson”, di Sidney Pollak (1972) che venne messo in circolazione come “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”.
Ma esistono altre opere alle quali vennero assegnati titoli manifestamente assurdi o fuori luogo. Fra questi, uno dei più clamorosi è “Comanche Station”, di Budd Boetticher (1960) diventato sorprendentemente, in Italia, “La valle dei Mohicani” (forse perché gli Indiani, che sono Comanche, portano la cresta alla “mohicana” ?). Ancora più assurdo il titolo di “Many Rivers to Cross” di Roy Rowland (1955) apparso sugli schermi nazionali come “Un Napoletano nel Far West”, senza che nella versione originale vi fosse neanche l’ombra di persone di orgine partenopea!  Altro titolo campato in aria, quello imposto al film “Chuka” di Gordon Douglas (1967) riciclato come “Vivere da vigliacchi, morire da eroi”.
Ma il peggio doveva arrivare verso la fine degli Anni Sessanta, quando si ebbe il boom dello spaghetti western. Dopo l’ottimo esordio dei film di Leone e Tessari, fu un susseguirsi ininterrotto di pellicole che contribuirono a diminuire la già scarsa attendibilità storica del western. Oltre alla comparsa di nomi inventati e spesso caserecci – Sartana, Django, Sabata, Trinità, Gringo, Mannaja, ecc. – vennero fuori titoli inconsueti, provocatori e a volte ridicoli, come: “Vado, l’ammazzo e torno” (Enzo G. Castellari, 1968) “Oremus, Alleluja e Così Sia” (Alfio Caltabiano, 1972) “Nessuno dei tre era chiamato Trinità” (Pedro Ramirez, 1974) e così proseguendo fino al definitivo tramonto del genere.
Fortunatamente, più avanti, Kevin Costner (“Balla Coi Lupi”, 1990) Clint Eastwood (“Gli Spietati”, 1992) e Michael Mann (“L’ultimo dei Mohicani”, 1992) riuscirono a far dimenticare, almeno per un po’ di tempo, le tristezze del passato.

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